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Circolo
degli Artisti
Palazzo
Graneri della Roccia
via Bogino,
9 - Torino
Tel. 011.8121745
Fax 011.8126480
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Lunedì 18 ottobre 2004 - ore 20,30
per
non dimenticare
Ai bambini di Terezin
del M° Edoardo Brizio
Oratorio per soprano, mezzo soprano e voce
recitante
(dalle poesie e diari dei bambini prigionieri
nella città ghetto di Terezín dal 1942 al 1944) |
Magdolna Koczka
Tibone soprano - Eliana
Laurenti mezzo soprano -
Piera Cravignani voce
recitante
al pianoforte Alfredo Castellani
Direzione Artistica Lucia
Rizzi - coordinatore
musicale Michele Rauseo
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Siamo
abituati a piantarci su lunghe file alle sette
del mattino, a mezzogiorno e alle sette di sera,
con la gavetta in pugno, per un po di acqua
tiepida dal sapore di sale o di caffè o, se va
bene, per qualche patata. Ci siamo abituati a
dormire senza letto, a salutare ogni uniforme
scendendo dal marciapiede e risalendo poi sul
marciapiede. Ci siamo abituati agli schiaffi
senza motivo, alle botte e alle impiccagioni: Ci
siamo abituati a vedere la gente morire nei
propri escrementi, a vedere salire in alto la
montagna delle casse da morto, a vedere i malati
giacere nella loro sporcizia e i medici impotenti.
Ci siamo abituati allarrivo periodico di un
migliaio dinfelici e alla corrispondente
partenza di un altro migliaio di esseri ancora
più infelici
Così scriveva Petr
Fischl, nato a Praga il 9/9/1929, deportato a
Terezin l8/12/1943, morto ad Auschwitz
l8/10/1944.
Egli fu uno dei 15.000 bambini e adolescenti
ebrei che, strappati per lo più ai loro genitori,
vissero più o meno a lungo nella città-ghetto
di Terezin, prima di essere deportati nel campo
di sterminio di Auschwitz. Dei 15.000 ne
tornarono meno di 100.
Di loro ci restano soltanto un pacco di disegni
infantili e poche semplici poesie; testimonianze
angosciose di sofferenze inenarrabili e delitti
atroci, motivo insieme di dolore ed orrore.
Presentazione
Dalla fine del 1941 alla liberazione nella
città ghetto di Terezin soggiornarono
più o meno a lungo gli ebrei cecoslovacchi
destinati al campo di sterminio di Auschitz.
Tra di loro 15.000 tra bambini e giovinetti, dei
quali ne sopravvissero meno di cento. Del loro
passaggio a Terezin è rimasta una commovente
testimonianza, rappresentata da alcune migliaia
di disegni e qualche decina di poesie. Di tali
documenti, che furono oggetto di affettuoso
studio da parte di psicologi, letterati ed
artisti, traspare una maturità di pensiero
straordinariamente precoce, la straziante
consapevolezza di un destino inesorabile, e
soprattutto il disperato, insopprimibile anelito
alla vita delle giovani vittime. Nella maggior
parte dei versi, già di per sé toccanti per i
motivi ispiratori e la vicenda umana che
sottintendono, sono presenti valori poetici
autentici, che stupiscono per laltissimo,
imprevedibile livello di forma e linguaggio e la
sconvolgente capacità espressiva. Questa
impressionante, commovente documentazione ha
ispirato produzioni artistiche di ogni genere:
pittura, scultura, teatro, letteratura e,
naturalmente, musica. Tra le molte composizioni (prevalentemente
céche) dedicate allargomento è
anche questo oratorio, nel quale le più
significative poesie sono commentate da brani
musicali. La rievocazione della tragedia dei
bambini ebrei di Terezin, che si riteneva memoria
di un oscuro passato, destinato a non più
ripetersi, ci ricorda invece dolorosamente che in
più parti del mondo attuale simili atrocità si
ripetono, ed i bambini sono sempre le vittime
dellumana ferocia.
Loratorio è stato eseguito in molte città
italiane e straniere (Roma, Praga, Bristol,
Washington ecc), teletrasmesso e radiotrasmesso
dalle televisioni di Stato Italiana, oltreché da
molte emittenti private.
Ma le due più importanti esecuzioni delloratorio
avvennero nel ghetto di Praga, e nella stessa
città lager di Terezin alla commossa
presenza di foltissimo pubblico e di alcuni
superstiti dei bambini di Terezin.
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 Terezin
Pesanti ruote ci sfiorano la fronte
e scavano un solco nella nostra memoria.
Da troppo tempo siamo una schiera di maledetti
che vuole stringere le tempie dei suoi figli
con le bende della cecità.
Quattro anni dietro a una palude
In attesa che irrompa unacqua pura.
Ma le acque dei fiumi scorrono in altri letti,
in altri letti,
sia che tu muoia o che tu viva.
Non cè fragore darmi, sono muti i
fucili,
non cè traccia di sangue qui: nulla,
solo una fame senza parole.
I bambini rubano il pane e chiedono soltanto
di dormire, di tacere e ancora di dormire
Pesanti ruote ci sfiorano la fronte
e scavano un solco nella nostra memoria.
Neppure gli anni potranno cancellare
tutto ciò.
Anonimo
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Vorrei andare sola
Vorrei andare sola dove cè
unaltra gente migliore,
in qualche posto sconosciuto
dove nessuno più uccide.
Ma forse ci andremo in tanti
verso questo sogno,
in mille forse
e perché non subito?
Alena Synková (1926 sopravvisuta)
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La farfalla
Lultima, proprio lultima,
di un giallo così intenso, così
assolutamente giallo,
come una lacrima di sole quando cade
sopra una roccia bianca
così gialla, così gialla!
lultima,
volava in alto leggera,
aleggiava sicura
per baciare il suo ultimo mondo.
Tra qualche giorno
sarà già la mia settima settimana
di ghetto:
i miei mi hanno ritrovato qui
e qui mi chiamano i fiori di ruta
e il bianco candeliere di castagno
nel cortile.
Ma qui non ho rivisto nessuna farfalla.
Quella dellaltra volta fu lultima:
le farfalle non vivono nel ghetto.
Pavel Friedman (1921 1944)
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Il
giardino
E piccolo il giardino
profumato di rose,
è stretto il sentiero
dove corre il bambino:
un bambino grazioso
come un bocciolo che si apre:
quando il bocciolo si aprirà
il bambino non ci sarà.
Franta Bass (1930 1944)

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A Olga
Ascolta,
già fischia la sirena della nave.
Su, partiamo
per porti sconosciuti!
Ecco,
è già lora.
Navigheremo lontano,
i sogni diventeranno realtà.
Oh, dolce nome del Marocco!
Ecco,
è già lora.
Il vento ci porta canzoni
di paesi lontani.
Guarda il cielo
e pensa soltanto alle violette.
Ecco,
è già lora.
Alena Synková (1926 sopravvisuta)
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Il topolino
In fondo al nido il topolino
si cerca una pulce nel pelo fino.
Si dà da fare, fruga e rifruga,
ma non la trova, non ha fortuna.
Gira di qui, gira di là,
ma la pulcetta non se ne va.
Ed ecco arriva il papà topo,
che al suo pelo fa un sopralluogo:
Ecco che acciuffa quella pulcetta
e poi nel fuoco lesto la getta.
Il topolino corre diretto
ad invitare il suo connetto:
Menù del giorno
pulcetta al forno.
Koleba
disegno di Hana Gueldovà (n.
20/5/1931 - m. 1944 ad Auscwitz)
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Addio
Tutti gli istanti felici
sono perduti per sempre,
e non ho più la forza
di proseguire il camino.
Ancora una volta, una sola,
tenere il tuo capo tra le mani,
poi chiudere gli occhi, e in silenzio
andarmene verso le tenebre
anonimo
disegno di Ilona Weissovà (n
6/3/1932 - m 15/5/1944 ad Auscwitz)
La paura
Di nuovo lorrore ha colpito il ghetto,
un male crudele che ne scaccia ogni altro.
La morte, demone folle, brandisce una gelida
falce
che decapita intorno le sue vittime.
I cuori dei padri battono oggi di paura
e le madri nascondono il viso nel grembo.
La vipera del tifo strangola i bambini
e preleva le sue decime dal branco.
Oggi il mio sangue pulsa ancora,
ma i miei compagni mi muoiono accanto.
Piuttosto di vederli morire
vorrei io stesso trovare la morte.
Ma no, mio Dio, noi vogliamo vivere!
Non vogliamo vuoti nelle nostre file.
Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore.
Vogliamo fare qualcosa. E vietato morire!
Eva Picková, anni dodici, (morta 18/12/1943)

Pavel Sonnesnschein (n. 9/4/1931
m. 23/10/1944 ad Auscwitz)
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Terezin
Una macchia di sporco dentro sudice mura
e tuttattorno il filo spinato:
30.000 dormono
e quando si sveglieranno
vedranno il mare
del loro sangue.
Sono stato bambino tre anni fa.
Allora sognavo altri mondi.
Ora non sono più un bambino,
ho visto gli incendi
e troppo presto sono diventato grande.
Ho conosciuto la paura,
le parole di sangue, i giorni assassinati:
dovè il Babau di un tempo?
Ma forse questo non è che un sogno
e io ritornerò laggiù con la mia infanzia.
Infanzia, fiore di roseto,
mormorante campana dei miei sogni,
come madre che culla il figlio
con lamore traboccante
della sua maternità.
Infanzia miserabile catena
che ti lega al nemico e alla forca.
Miserabile infanzia, che dentro il suo squallore
già distingue il bene e il male.
Laggiù dove linfanzia dolcemente riposa
nelle piccole aiuole di un parco,
laggiù, in quella casa, qualcosa si è spezzato
quando su me è caduto il disprezzo:
laggiù nei giardini o nei fiori
o sul seno materno, dove io sono nato
per piangere
Alla luce di una candela maddormento
forse per capire un giorno
che io ero una ben piccola cosa,
piccola come il coro dei 30.000,
come la loro vita che dorme
laggiù nei campi,
che dorme e si sveglierà,
aprirà gli occhi
e per non vedere troppo
si lascerà riprendere dal sonno
Hanus Hachenburg (1929 1943)
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Realizzazione
grafica by Michele Rauseo & Lucia Rizzi
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